04/12/14

Aforismi e pensieri inceneriti LXXXIX





In principio era il rimorso. Da qualche parte deve esistere una genesi apocrifa che comincia così.

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Un'esistenza trasfigurata dal panico e dalla malattia può risultare morbosamente inebriante agli occhi di qualche modesto discepolo dell'angoscia. Da lì il fascino e l'apparenza di profondità ulteriore che emana da certi artisti sfrenati. Ogni delirio puzza sempre di trascendenza.

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Niente può alleviare la sensazione di chiaroscuro ineludibile che presiede la natura profonda dell'assoluto, che lo vivifica. Non mi stupirei ci fossero dei ratti che fremono nei sotterranei del paradiso.

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Le pochissime persone di genio che ho conosciuto non eccellevano nel buon gusto, senza per questo essere tacciabili di rozzezza, tutt'altro. Ma non avevano tempo per altre forme di compiutezza. Un minuto sacrificato all'universalità del bello, a sviluppare una certa grazia tirannica sortisce l'effetto di riconsegnarci alla durata in qualità di sue vittime. Ci si dispone a una generosità del sentire che causerà la nostra dispersione. E' questa la differenza che separa l'uomo di cultura e il talento versatile dal vero creatore. Quest'ultimo non può che farsi parsimonioso per poter prodigare ogni più piccola pagliuzza del suo giacimento interiore.


11/11/14

Aforismi e pensieri inceneriti LXXXVIII




In ogni asceta riposa un despota che non ce l'ha fatta.

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Sui vagoni della metropolitana campeggia la scritta Siemens. Una differente distribuzione delle lettere recita, grecamente, Nèmesis. Non è necessario un delirio paranoide o complottistico nel vedervi uno scherzo delle Moire. Ogni cosa è simbolo nelle tebaidi metropolitane. Anche la condanna, il cui volto deterso ed ecologico è espressione ambivalente di un'unica maschera, al sottosuolo. E non è affatto facile, resistere alla tentazione di percorrere l'inferno celermente.

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L'albero della conoscenza del bene e del male sovrintende, una volta coltone il frutto, il discrimine che investe ora l'Uomo dal suo antecedente edenico; il dolore e la morte. Conoscenza significa coscienza e capacità di produzione creatrice ma, in primo luogo, alienazione dall'unitarietà. L'Uomo inizia a gareggiare con il Creatore e, per ricondurre le scintille disperse al pneuma divino, per ricomporre ciò che ha infranto (se si vuole alleviare la radice della colpa, il doloso gesto che prima d'ogni cosa è offerto da Dio) si serve dell'Arte come strumento del Ritorno. L'Arte, intesa come desiderio di conoscenza, diviene causa della Caduta, preannuncio della Storia e principio edificante della civiltà. Essa è, al contempo, mezzo di redenzione dal costituirsi dell'Uomo come ' fallimento nel divenire '. Veleno che diventa salvifico? Malattia che guarisce? Forse solo un'arte completamente inferma, in un senso lontanissimo dal moderno, può guarire. Sbaglia infatti chi definisce l'arte odierna malata. Essa è invero innocua e sana, come un robusto imbecille.

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L'odierno accanimento terapeutico per mezzo d'una scienza oltremodo necrofila prefigura, chissà, l'avvento del coma assoluto. Il trionfo della vita eterna. Come morte inesauribile.


17/10/14

Aforismi e pensieri inceneriti LXXXVII



Nelle sue declinazioni estreme il Male (le maiuscole sono come stampelle) cessa di essere accessibile alla nostra comprensione. Ciò che accade in Messico, da vent'anni, trascende ogni tentativo di riconsegnare un significato al sacrificio delle vittime, inverandone il martirio. La linea di confine tra Messico e Stati Uniti appare come una direttrice, uno spazio privilegiato dell'orrore dove il segmento si apre come una faglia, un buco nero che inghiotte e assorbe i gangli luminosi di chi è immolato. Il tòpos rivendica due campi di forze antitetiche; lo stato messicano, emblema d'una barbarie edificata sull'arretratezza tecnologica e quindi umanitaria, sulla corruzione, sulle radici di un animismo feroce, non estirpato dal cristianesimo, e gli Stati Uniti, apologeti di un benessere che è manifestazione reale dell'integrità e verità metafisica della loro Missione. Tuttavia la matrice di quell'orrore mi pare figlia di un unico Male, erma bifronte di un massacro solidale, il cui ritualismo evade da ogni tentativo di costringerla unicamente nell'ambito di una mattanza politica ed economica e ad epifenomeno di un capitalismo selvaggio. Nessuna teodicea sarebbe in grado di penetrarne il mistero. Anzi, si ha la sensazione che una piena comprensione annichilirebbe all'istante.

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Il conservatore si pone all'avanguardia dell'utopia. Cosa c'è di più irrealizzabile di un futuro costruito sulla nostalgia?

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 " Storia del pensiero umano ".
Titolo di un libro scorto in libreria. Impressione tragicomica e al contempo commovente, quasi che la materia del libro in questione, condensata in quel titolo laconicamente pomposo, non esprimesse che uno degli innumerevoli accidenti della Creazione bensì di un ventaglio infinito di creazioni e chissà, forse una delle più effimere. Quella dell'uomo e del suo pensiero.

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Il 31 dicembre 1902 è una data capitale nella storia dell'umanità. E' il giorno in cui fallisce la spedizione di Ernst Henry Shackleton, partita con l'obiettivo di conquistare il Polo Sud. Di lì a poco, nel 1912, Amundsen raggiungerà la meta e sancirà la definitiva conquista dell'unico territorio rimasto inaccessibile all'uomo, l'Antartide. La disfatta di Shackleton si configura come punto terminale e canto del cigno del pianeta. Essa è, al contempo, affermazione ultima dell'arcano naturale, grido trascendentale di resistenza all'uomo, nel suo opporsi allo svelamento del creato, al disseccamento conoscitivo che ne prosciuga i giacimenti immateriali, prima ancora della linfa che li sostanzia. Il mysterium naturalis è giuntura celeste. Una volta espugnato la frattura non può che ampliarsi. Shackleton morirà da eletto senza esser riuscito a realizzare il suo " folle volo ", carico di onorificenze, preservato dal successo più grande. Consacrato, nel suo fallimento, dalla natura.


26/09/14

Aforismi e pensieri inceneriti LXXXVI





La poesia più alta tornisce l'espressione, fa dell'adattamento, della flessibilità, un unico strumento di consacrazione nell'alveo dell'Essere, senza la forza coercitiva che altri idiomi utilizzano. Si discosta, a differenza di certa parola filosofica, dal paralizzare l'ente nell'inerzia della definizione. E' un linguaggio che non abolisce e non crea Dio. Lo salva e lo preserva.
Anche dalla costrizione all'esistenza.

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L'uccisione dell'orsa in Trentino, ad opera di un miserabile, è Evento che trascende ogni risibile contingenza, dal deficit della crescita alla diplomazia internazionale. Condannati ad essere spettatori del Museo della Vita, ci industriamo a salvare ciò che abbiamo perduto da tempo. Nemesi garbata, talvolta l'opera di disperata conservazione si arresta o fallisce. Mi chiedo, è veramente affrancato un animale la cui libertà è allevata, calibrata ed imposta dalle statistiche? Persino nelle fotografie, esibite nei quotidiani, pare imprigionato nella sezione rettangolare del foglio. E' prigioniero dei nostri sguardi, incatenato alla nostra compassione. Da tempo l'uomo ha dimenticato l'insegnamento sapienziale dell'animale. La sua cattività è diventata la nostra.

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Nel sufismo, tramite uno sviluppato esercizio dello spirito, sarebbe dato conoscere il suono primordiale di Dio che originò la creazione. In un evo annichilito dal rumore non è necessario essere sufi per scorgerne il lamento, sempre rinnovato.

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Avanziamo senza mai oltrepassarci.
L'avvenire è uno specchio infrangibile.




11/09/14

Aforismi e pensieri inceneriti LXXXV




Il Brahman è detto narguna, senza attributi, principio riscontrabile in ogni via negationis. Avvicinarsi ad esso presuppone una metamorfosi verso la plenitudine dell'inqualificabile, una fuga risolutrice nell'indeterminatezza, steppa inabitata, battuta da qualche sporadico saggio. Tuttavia gli uomini amano votare il proprio culto ostinato a coloro che più si discostano da questa profilassi della liberazione; gli artisti e i predicatori d'ogni sorta. I primi, maestri nell'agghindare il vuoto finiscono col sostituirsene ed i secondi, alfieri indiscussi della peculiarità, non fanno che piegarlo alle proprie esigenze.

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L'edera del linguaggio cresce sulle rovine del pensiero.

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Al culmine dell'agonia pressoché ogni uomo sarebbe disposto a procrastinare la propria esistenza, per un tempo limitato, fosse anche in qualità di insetto. Il terrore della morte è, in fondo, l'angoscia specchiata del primo istante.
La paura della fine? Un difetto di memoria.

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La farmacopea medievale prevedeva l'utilizzo delle più disparate parti del corpo animale come rimedio o linimento di molte malattie. Lo stambecco, in particolare, era ritenuto capace di alleviare numerose afflizioni corporee. Secondo una credenza dell'alto medioevo, un piccolo ossicino a forma di croce vicino alla sede del cuore, avrebbe posseduto virtù taumaturgiche tali da guarire i mali più funesti. Il martirologio di numerose bestie, catalogo liturgico infinito, meriterebbe di sostituire gran parte delle gesta che illustrano la storia del cristianesimo e di altre religioni.
Ogni testimonianza di fede impallidisce di fronte alla muta, santificante attestazione di aderenza alla propria forma. Ciò che accoglie in sé la propria natura già si protende verso la vetta celeste.



26/08/14

Aforismi e pensieri inceneriti LXXXIV (Alla montagna)











Montagna è respiro primevo, è riconsegnarsi alla propria origine celeste, là dove la vetta s'inverba in una luce assordante.

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Vi sono luoghi, in montagna, improntati ad un nitore ed una geometria naturali, tali da vendicare la visione amorfa a cui siamo abitualmente inchiodati. Come in una sconfinata camera sterilizzata, nella quale si producano operazioni di sapiente ed aerea chirurgia, si ha l'impressione paradossale di trovarsi innanzi a qualcosa di artificiale. Il camice grigio e verde di erba e rocce, l'immobilità trascesa da sporadici e misurati gesti, pare quanto di più lontano dalla vitalità deforme dei nostri lazzaretti urbani. Le specie si rarefanno, l'ambiente si ritrae, al cospetto del cielo. La Vita prende congedo dal proprio esubero per rivelare il nocciolo indistruttibile che la governa.

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All'erica, alla roccia, all'inumana sovranità di non scegliere.

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Il vento, le campane incendiate. Un azzurro così dolce e feroce da svellere il costato. Ogni brandello del volto del creato, in cui l'impronta umana non abbia impresso a fondo il proprio calco, conserva l'allusione a un addio incessante, mai irrevocabile.

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Salire in montagna è rinnegare la coercizione ad ogni varietà, spingersi dove si stempera la dialettica tra le cose. A un certo punto non rimane che la roccia, ultimo segno, il più nobile, dell'anomalia dell'essere.

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Mens e Mons (mente e montagna) hanno, per San Bonaventura, una medesima matrice. Ed identico è il percorso ascensionale che bisogna compiere per giungere là dove l'apex trasfigura in abisso celeste, invisibile per sovrabbondanza luminosa. L'excessus mentis dei mistici è cecità rivelatrice. La visione comincia dove l'occhio si dissolve.

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Montagna è già cielo.


- Alla mia carissima nonna Orsola -

11/07/14

Aforismi e pensieri inceneriti LXXXIII





Il momento del risveglio è, talvolta, l'acme del candore. Ci si desta completamente svuotati e spogli da ogni certezza ed opinione. Sarebbe la condizione perfetta nella quale rimanere. Proseguire oltre una perfetta incoscienza, riabbracciare identità ed esistenza, è scendere a patti con le loro superstizioni.

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In giapponese esiste un termine, zenbyo, che ha significato di malattia dello zen. La patologia comincia a manifestarsi quando il soggetto diviene incapace di distaccarsi dall'esperienza dell'illuminazione e non cessa di rivendicarla senza posa. Non è difficile immaginare il fremito celestiale di chi magnifichi la propria investitura di fronte a un qualsivoglia uditorio, la foga spirituale di questi ossessi della liberazione; impiccati al proprio distacco, a scalciare nel Vuoto.

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Da più di trent'anni sono costretto alla mia presenza. E' qualcosa di inconcepibile a pensarci bene. Che la gente ne abbia abbastanza del vicino è un fatto assodato ma è stupefacente che continui a ospitarsi. Cacciatevi.

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 Se il più piccolo stelo d'erba potesse comunicare il suo fardello l'umanità impazzirebbe all'istante.